Linguaggi e argomenti nell’economia dell’accelerazione del tempo commerciale.

 

Chi se non Marcel Proust, il grande sciamano della memoria del tempo, che con il suo epocale testo “Alla ricerca del tempo perduto” ha dato una percezione fisica al recupero della cronologia della vita, può, un secolo prima della rete, spiegarci cosa sia il tempo digitale?

“Il tempo di cui disponiamo ogni giorno -scriveva- è elastico; le passioni che proviamo lo dilatano, quelle che ispiriamo lo restringono, e l’abitudine lo riempiono”.

Nei nostri giorni l’abitudine, ossia la ripetitività mnemonica della nostra vita, è filtrata e mediata da dispositivi digitali. Ogni nostro gesto che ci fa incontrare il mondo è preparato, organizzato, pensato e realizzato mediante sistemi di intelligenza artificiale. Una realtà che si sta addensando, condensando e saturando nelle 24 ore della nostra giornata.

Per chi deve proporre nuove versioni di questi sistemi digitali diventa ormai inevitabile confrontarsi con l’economia del tempo.

Ogni singolo dispositivo, funzione, app o soluzione è cronovora, ingoia e assorbe tempo di vita, quella materia in cui lavoro e relazioni si fondono in un unico flusso indeterminato che tracima da ogni recinto che proviamo a innalzare per separare le due dimensioni.

Nel forum che sarà impaginato nella serie dei Caffè di Genesis proveremo a confrontarci con questo tema. L’obbiettivo è quello di trovare parole e pensieri che ci facciano tradurre il valore di ogni singolo elemento del catalogo commerciale di Genesis in una quotazione temporale. Non solo quante vale monetariamente ma anche quanto persa cronologicamente uno dei servizi che la rete ramificata sul territorio propone a imprese e professionisti per transitare su mobile la loro attività. Quante ore umane servono per programmare, aggiornare, ottimizzare e gestire quell’app? E, questa è la chiave che ci sembra più essenziale: cosa e come sostituirà la proposta di Genesis nell’ideale palinsesto digitale quotidiano del potenziale cliente?

Queste due domande le troverete sempre più frequentemente negli occhi e nella testa dei vostri interlocutori quando entrerete in un’azienda o in uno studio professionale. Sempre meno spazio avrà la tradizionale funzione predicatoria, quell’azione pedagogica attraverso la quale si doveva spingere il cliente verso una scelta digitale. Ricorderete le fasi in cui eravate pionieri, oracoli, visionari, che portavano il verso dei nuovi linguaggi reticolari.

Erano i tempi in cui il digitale era un sostantivo, indicava un mondo parallelo, di cui eravate ambasciatori. In questo tremendo anno di pandemia possiamo dire che oltre che diventare epidemiologi e genetisti la popolazione del paese, si è composta ormai da cittadini digitali tour court. Il termine digitale diventa, più correttamente un aggettivo che precisa e qualifica meglio ogni singola azione della nostra vita. L’informazione, la pubblica amministrazione, la sanità, la produzione il commercio, il denaro: tutto è digitale. La pandemia è stata una dura scuola accelerata: dallo smart working all’e-commerce, dai pagamenti elettronici alla formazione a distanza, fino alle piattaforme sanitari su cui registrarsi, siamo diventati cittadini di una vita prevalentemente on-line.

Ma anche questa è una tappa che già tende a sbiadire, realizzando quella fase in cui, come previde il mitico CEO di Intel Andy Grove che già alla fine degli anni 90 a domanda quale sarà il futuro della tecnologia rispose: sparirà. Infatti il digitale sta sparendo come fattore distintivo e competitivo, così come è sparita l’energia elettrica, o la plastica, diventando una funzione dell’essere: siamo tutti normalmente digitali.

In questa nuova epoca non servono predicatori o guru del nuovo mondo che verrà, ma lucidi ed affidabili banchieri del real time

Infatti l’aggettivo che qualifica il tempo che stiamo vivendo non è più digitale ma è veloce. La velocità, anzi la dromologia come scienza della potenza aumentata del divenire, come intende Paul Viriliò, il filosofo dell’accelerazione, sta trasformando la convergenza in flusso unico accelerato.

La compressione spazio temporale, ossia la capacità di fare più cose in luoghi diversi contemporaneamente, questa è in fin dei conto la vera proprietà che vendete con le vostre proposte tecnologiche, come scrive Judy Wajcman nel suo saggio La Tirannia del Tempo (Treccani edizioni), un testo che consiglierei di tenere sul comodino, si articola in tre capitoli: “L’accelerazione tecnologica, sociale e del ritmo di vita.”

Su questi tre capitoli vi propongo di riformulare un vocabolario come segno di un nuovo pensiero in cui possiate abitare il tempo della modernità scandendolo con i vostri clienti.

Sapere che ogni singola vostra parola sta sottraendo tempo al vostro interlocutore, che già contabilizza l’opportunità di intrattenersi con voi in virtù del beneficio che la cosa comporta su tutti e tre questi aspetti della velocità cronologica. Attrezzarsi a essere interpreti di questa irrequietezza e pilotarla in una direzione in cui l’insofferenza possa diventare interesse, attenzione, cooperazione. Passaggi che si conquistano a partire proprio dalla percezione comune di questa inconsapevole e latente incapacità di declinare l’intreccio delle soluzioni digitali con la sostenibilità gestionale e ambientale nel microcosmo aziendale in cui si opera.